Ripensare le Varianti

Scritto da Bruno Bonino. Posted in Piano Regolatore

Ha lasciato un pò tutti perplessi l'alternarsi di messaggi del Sindaco Dallolio  sulle Varianti 11 e 14, Messaggi ondeggianti tra il ritiro e la parziale modifica. Nel dubbio vale la pena ripartire dal concetto che  le varianti andranno riviste in maniera sostanziosa in quanto la crescita prevista  di abitanti sarebbe insostenibile  e incominciare a ragionare in quale direzione muoversi.

A questo scopo riteniamo utile riportare un intervento di Edoardo Salzano  della Scuola di Eddyburg sui fini e metodologia  dell'Urbanistica partecipata. Ci pare un'ottima traccia per impostare il lavoro di modifica delle varianti

Quale pianificazione urbanistica ?  di Edoardo Salzano  
Di quale “pianificazione” parliamo?   In termini abbastanza neutrali possiamo dire che la pianificazione territoriale ed urbanistica è quel metodo, e quell’insieme di strumenti, capaci di garantire - in funzione di determinati obiettivi - coerenza, nello spazio e nel tempo, alle trasformazioni territoriali, ragionevole flessibilità alle scelte che tali trasformazioni determinano o condizionano, trasparenza del processo di formazione delle scelte e delle loro motivazioni.

In funzione di determinati obiettivi: qui è il nodo della questione. Poiché gli obiettivi sociali della pianificazione sono mutevoli nel tempo, e lo sono stati nella storia che è alle nostre spalle.
All’inizio della vicenda della pianificazione la società ha chiesto ai suoi tecnici di risolvere tre problemi: rendere più efficiente il funzionamento cinematica della macchina urbana, migliorare le condizioni igieniche, e regolare i valori immobiliari in modo da dare certezza di lucro agli investimenti patrimoniali. Questi obiettivi erano perseguiti in modi differenziati nelle diverse parti della città, con una vera “zonizzazione sociale”: qui i ricchi e i potenti, là i benestanti, altrove gli operai e l’”esercito di riserva”. I risultati delle lotte sociali e i margini di ricchezza consentiti dallo sfruttamento (in patria e nelle colonie) condussero al manifestarsi di altri obiettivi. Diventarono obiettivi della pianificazione i diversi elementi del welfare state: l’edilizia civile a basso costo, le attrezzature sociali e sportive, quelle assistenziali e scolastiche, i collegamenti efficienti casa-lavoro. In questo quadro in Italia, riprendendo nel secondo dopoguerra alcuni dei germi gettati nel primi decenni del secolo XX e sviluppandone altri, si giunse a porre al centro della pianificazione urbana le grandi questioni del diritto alla casa come servizio sociale e delle adeguate dotazioni di aree da destinare a spazi e attrezzature pubbliche, gli standard urbanistici. Negli anni a noi più vicini si è manifestato, come nuovo obiettivo sociale, quello della tutela del territorio nelle sue caratteristiche fisiche e culturali e nei suoi equilibri ecologici. Ciò ha dato luogo a un accentuato interesse sia al funzionamento della città sia, e soprattutto, alle condizioni dei territori extraurbani. Io credo che è da qui che occorre ripartire: dagli obiettivi del welfare state e dell’ambientalismo. Per interrogarsi poi su quali siano gli ulteriori obiettivi che, integrando o modificando quelli della nostra tradizione, possano qualificare oggi e domani una pianificazione adeguata al compito di costruire la città del bene comune. Alla nostra ulteriore riflessione devo allora porre allora alcune domande, sulle quali avanzerò risposte che sono del tutto personali ed esplorative.

 


1a domanda.
Possiamo affermare che sta emergendo
una nuova domanda di pianificazione? Mi domando e vi domando (la mia risposta è abbastanza ottimistica) se possiamo affermare che in strati sempre più vasti della “società critica” si sta comprendendo che non ci si oppone ai mille episodi di sfruttamento, deterioramento, degradazione, distruzione delle diverse componenti del “bene comune città”, se non si riesce
- a definire un progetto alternativo,
- a individuare attori, metodi e strumenti che siano capaci di realizzarlo tenendo conto del carattere olistico del territorio. Mi domando ancora se si sta comprendendo anche che il dispositivo necessario per progettare e realizzare la “città dei cittadini” deve essere necessariamente manovrato da un potere che sia democratico nel senso di esprimere la priorità dell’interesse generale su quello dei singoli interessi coinvolti, di esprimere la volontà e le esigenze della stragrande maggioranza della popolazione attuale e futura del pianeta e non quelle dei portatori d’interessi specifici e parziali. Mi domando infine se la cultura urbanistica  abbia fatto tutto il lavoro necessario per far comprendere:
- a che cosa la pianificazione possa e debba servire,
- in che modo si riconosca quali siano i gruppi sociali premiati e quelli penalizzati dalle scelte
- quali siano i reali avversari di una pianificazione nell’interesse comune e come vadano combattuti.

 

 2a domanda.
Possiamo affermare che sta nascendo
un nuovo progetto di città alternativo rispetto alla “città della rendita”?
A me sembra che, sebbene non siano ancora chiari i lineamenti della “città dei cittadini”, comincino forse a precisarsi i principi che dovrebbero alimentarne la costruzione, le esigenze che l’habitat dell’uomo deve assicurare. Sforzi significativi (naturalmente suscettibili di valutazioni critiche ma condivisibili nelle linee di tendenza che indicano) sono rinvenibili in altri territori culturali o in esperienze disciplinarmente più vicine a noi (come la scuola territorialista). Per contribuire a una loro definizione esporrò una mia ipotesi, riassumendoli in 5 questioni: il rapporto città-campagna, gli spazi per la collettività, l’abitazione, l’equità, la partecipazione.

Il rapporto città-campagna.
 Le rivendicazioni che nascono dalla società civile costituiscono una critica al modo in cui si è trasformato il rapporto tra città e campagna, tra territorio urbano e territorio rurale, e una pressante richiesta di ricostituire un equilibrio (meglio, di costituire un nuovo equilibrio) tra i due termini. Il modello di città la cui domanda nasce da quella critica deve consentire la vicinanza, alle varie scale (di paese e quartiere, di città, di area vasta, di regione…), tra l’urbanizzato (=prevalentemente artificializzato) e il rurale (=prevalentemente naturale). Deve consentire un’alimentazione sana e una filiera corta tra la produzione e il consumo, aria pulita, luce e sole, libera fruizione di spazi di ricreazione e distensione, di bellezza, di storia, d’identità. Ma è la stessa quantificazione e localizzazione delle eventuali nuove aree da urbanizzare che deve tener conto di un corretto rapporto con la natura. Se la terra non è solo l’habitat dell’uomo di oggi ma anche di quello di domani e di dopodomani; se la terra ha, come sua funzione essenziale, quella di garantire un’alimentazione sana degli abitanti del pianeta, allora la terra libera, integrata nel ciclo biologico del pianeta, è di per sé un valore. Sacrificarne una porzione è una perdita per la qualità complessiva della vita dell’umanità. Quindi ciò va evitato per quanto possibile (ove non lo sia in vista di altri e superiori valori) e va compensato con equivalenti restituzioni di naturalità. Ridurre il consumo di suolo non significa quindi soltanto organizzare meglio le nuove espansioni sul territorio. Significa innanzitutto misurare rigorosamente quali siano le eventuale nuovi espansioni del suolo già sottratto al ciclo biologico che sono necessarie per fini non soddisfacibili altrimenti. E’ certamente un portato dell’urbanistica del neoliberismo, dell’urbanistica contrattata e poi dell’urbanistica finanziarizzata, il fatto che dai corsi di progettazione urbanistica sia scomparso l’argomento del “calcolo del fabbisogno”, magari sostituito da corsi di perequazione
La città pubblica.
Gli spazi, i servizi e le funzioni comuni attorno ai quali è nata e si è organizzata la città nella storia hanno ricevuto, nei decenni dell’affermazione del welfare state, un consistente accrescimento qualitativo e quantitativo. Ai luoghi classici della città premoderna si sono aggiunti quelli destinati alle esigenze della salute, dello sport e della ricreazione, della cultura, realizzati per una cittadinanza sempre più vasta e sempre più cosciente dei propri diritti. É cresciuta insomma la consapevolezza della necessità di una vasto e articolato insieme di spazi, servizi, attrezzature, indispensabili integrazioni della vita che si svolge nell’ambito dell’alloggio (e del luogo di lavoro). Nella “città della rendita” stiamo vivendo la riduzione degli spazi pubblici, la loro privatizzazione, la risposta con servizi privati (a pagamento) di esigenze che nella città del welfare erano soddisfatte con servizi pubblici: dalla salute alla scuola, dallo sport all’assistenza. É anche dal disagio provocato dalla perdita di una dotazione urbana sentita come un bene essenziale, che nasce la domanda di una più ricca presenza di attrezzature e servizi, spazi e reti, agevolmente raggiungibili mediante modalità amichevoli. E alle esigenze del passato nuove esigenze si aggiungono, completandole e integrandole: che le dotazioni comuni e pubbliche non solo siano funzionali alle esigenze che devono soddisfare, ma posseggano almeno tre ulteriori requisiti: che siano risparmiatrici d’energia e di altre risorse naturali e non peggiorino la qualità di quelle impiegate; che siano dotate di una riconoscibile bellezza, ottenuta come risultato dell’insieme e non dal singolo oggetto; che siano utilizzabili da tutti, senza discriminazioni tra ricchi e poveri, giovani e anziani e bambini, uomini e donne, cittadini e forestieri. Che siano, insomma, ecologiche, belle, eque.
L’abitazione. Nell’ambito della “citta pubblica” un ruolo particolare ha svolto l’abitazione: perché la forma, e lo stesso funzionamento, degli spazi pubblici sono definiti dal modo in cui gli edifici destinati alla residenza sono organizzati sul territorio; perché, da quando la polis ha applicato una dose di giustizia sociale nell’amministrazione urbana, il “pubblico” si è fatto carico di fornire un alloggio a chi non aveva i mezzi per ricorrere al mercato . Nei tempi più vicini, soprattutto in Italia, l’abnorme lievitazione della rendita urbana ha reso i prezzi delle abitazioni incompatibili con i redditi di un numero crescente di famiglie. Ecco allora che è rinata in questi anni una vertenza che aveva divampato negli anni 60: quella della “casa come servizio sociale”. Con questo slogan non si chiedeva allora, e non si chiede oggi, che l’uso degli alloggi sia garantito a tutti come lo è un servizio pubblico, come ad esempio il servizio sanitario o quello scolastico, ma che il prezzo per l’uso delle abitazioni sia regolato da attori diversi dal mercato, incidendo sulla rendita e garantendo un equilibrio tra prezzo dell’alloggio e redditi delle famiglie. Oggi la questione della residenza si pone sotto un quadruplice aspetto: quelli del costo, della localizzazione, della tipologia d’uso, dell’espulsione. É vasta la consapevolezza (almeno nella “società critica” della necessità: di ridurre fortemente l’incidenza della rendita urbana sul costo complessivo dell’alloggio; di realizzare alloggi solo là dove esiste una domanda reale non soddisfacibile utilizzando il patrimonio edilizio esistente; di localizzarli solo là dove un efficiente sistema di servizi pubblici può collegare la residenza alle altre funzioni della vita quotidiana; di offrire un ampio stock di alloggi in affitto; di ostacolare gli interventi di “riqualificazione” che comportino modifiche nelle condizioni economiche d’accesso.
Una città equa. Nella città l’eguaglianza è sempre stata l’obiettivo di una dialettica mai placata. Sempre vi sono state differenze, più o meno profonde, tra i soggetti che l’abitavano. Differenze tra le diverse categorie di soggetti in relazione alla produzione della città (basta pensare a quelle tra i proprietari di fondi e di edifici e i non proprietari), e differenze in relazione all’uso della città (nell’accesso alle sue diverse parti e componenti, nella scelta tra usi alternativi delle risorse destinate al suo governo). Perciò la città è stata sempre anche il luogo dei conflitti, nei quali le categorie più svantaggiate hanno tentato di raggiungere un livello accettabile di soddisfacimento delle loro esigenze. Possiamo dire che una città giusta è quella nella quale vi è un ragionevole equilibrio delle condizioni offerte ai diversi gruppi sociali, e nelle quali tendenzialmente a ciascuno è dato di partecipare in modo equo all’uso del bene città e delle sue componenti, e a concorrere in condizioni d’eguaglianza al suo governo. Questo obiettivo non è mai stato raggiunto in modo compiuto. Sembrava che vi si fosse vicini nell’età del welfare, almeno in quella parte del mondo nella quale le virtù del sistema capitalistico borghese avevano condotto a un ragionevole equilibrio tra le forze antagoniste presenti al suo interno, esportando nel mondo dello sfruttamento coloniale le contraddizioni. Oggi sembra che il mondo se ne stia allontanando sempre più. Forse è per questo che i conflitti che nascono nella società per la realizzazione di un assetto migliore, più vivibile e amichevole del territorio, sembrano intrecciarsi strettamente quelli che si pongono in modo esplicito l’obiettivo di una migliore equità
La partecipazione. Il “diritto alla città”è uno slogan e un’esigenza storicamente legato alla stagione del 1968, oggi è riemerso nei movimenti urbani, in Italia come negli altri paesi. In un contesto per molti aspetti diverso. Ma già nell’impostazione di Lucien Lefebvre è un diritto che si concreta in due aspetti: 1) il diritto a fruire di tutto ciò che la città può dare (a partire dalla possibilità di incontro e di scambio, di utilizzare le dotazioni comuni, di abitare e muoversi destinando a queste funzioni risorse commisurate ai redditi), ed è di questo aspetto ci siamo finora riferiti; e 2) il diritto a partecipare al governo della città, ad esprimere, orientare, verificare, correggere, momento per momento, le azioni di chi è preposto all’amministrazione ed i loro risultati. Non contesto della città di oggi questo secondo aspetto del diritto alla città esso assume una valenza diversa. Si accompagna – nella percezione della “società critica – alla consapevolezza del fallimento della politica dei partiti e delle istituzioni nel loro ruolo di interpreti della società nel suo insieme, e del suo appiattimento a mero strumento del potere del finanzcapitalismo. Le parole della contestazione vengono catturate da chi della contestazione è oggetto: vengono interpretate in un significato capovolto o travisato, e così restituite al popolo perché tutto sembri cambiato mentre tutto è rimasto come prima. Anche “partecipazione” è una parola da adoperare con attenzione: una parola da qualificare, come del resto moltissime altre.
«Restituire lo scettro al principe» Credo che per conquistare la politica si debba operare un rovesciamento: partire dal basso anziché dall’alto, dal cittadino anziché dal Palazzo. Nelle costituzioni dei paesi democratici la sovranità è del popolo. Un libro del politologo Gianfranco Pasquini si chiama «Restituire lo scettro al principe». Il “principe” non ha più fiducia su chi ha delegato ad utilizzare in suo nome lo scettro, il potere. Occorre ripartire dal principe, dal cittadino. Del resto, cito spesso il pensiero di Lorenzo Milani secondo il quale affrontare insieme un problema comune è la politica.

Partiamo dal cittadino. Ma il cittadino non conosce tutto. I problemi di oggi – e in particolare i problemi del territorio, le soluzioni possibili, i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna delle soluzioni (e i danni provocati dalle soluzioni proposte nell’ambito del mainstream) – non solo sono complessi in sé, e richiedono spesso apporti specialistici per essere compresi, ma sono anche nascosti, dissimulati, travisati dalle parole adoperate da chi li espone e ne propone le soluzioni. Ecco allora un grande campo di lavoro per chiunque sia un intellettuale e abbia le conoscenze specialistiche uili a comprendere, criticare, proporre. Noi che sappiamo, dobbiamo spiegare. Imparare a usare un linguaggio semplice, abbandonare il gergo delle nostre “discipline” per spiegare, argomentare, convincere. Dobbiamo aiutare – con il sapere e il saper fare che deriva dal nostro mestiere, dei nostri mestieri – chi vuole cambiare.